martedì 1 novembre 2011

Consumi insostenibili: quanto è grande l’impronta ecologica della Toscana?

Politici e amministratori amano parlare di sviluppo sostenibile, salvo poi rimanere interdetti quando qualcuno chiede loro: “sì, va bene, ma quanto è insostenibile il nostro stile di vita?”. La risposta l’ha data nel 2002 il WWF, su incarico della Regione Toscana, ed è tale da metterci con le spalle al muro: consumiamo risorse come se di Toscane ne avessimo due. L’ associazione ambientalista ha calcolato la cosiddetta ‘impronta ecologica’, vale a dire – semplificando un po’ – la superficie di territorio necessaria a produrre quello che consumiamo e ad assorbire i rifiuti che dai nostri consumi derivano. Seguendo la metodologia codificata da Wackernagel e Rees nel 1996, sono state sommate “sei differenti componenti: la superficie di terra coltivata necessaria per produrre gli alimenti e risorse naturali, l’ area di pascolo necessaria per l’ allevamento e per produrre i prodotti animali, la superficie di foresta necessaria per produrre legname e carta, la superficie marina necessaria per produrre pesci e frutti di mare, la superficie di terra necessaria per ospitare infrastrutture edilizie e la superficie forestale necessaria per assorbire le emissioni di anidride carbonica risultanti dal consumo energetico dell’ individuo considerato”. L’ impronta della Toscana è stata così calcolata in 4,011 ettari pro-capite, a fronte di una disponibilità di 1,93 ettari utili per ogni abitante (la sintesi dello studio si trova all’ indirizzo http://www.rete.toscana.it/sett/pta/impronta_ecologica/home.html). Stiamo consumando, appunto, come se avessimo a disposizione due Toscane, appropriandoci indirettamente di risorse che appartengono alle generazioni future. Il dato più sorprendente è che la terra necessaria alla produzione agricola ammonta solo al 21% del totale, mentre “quasi il 60% dell’ impronta è legata alla ‘terra energetica’ ovvero a quella superficie necessaria per assorbire la CO2 prodotta a causa dei consumi energetici diretti ed incorporati nei beni”. In sostanza, più di una delle due Toscane che consumiamo serve solo a ‘tamponare’ gli inquinamenti dovuti al nostro stile di vita. Stando così le cose, credo che ci dovremmo porre, da subito, almeno due obiettivi irrinunciabili.
In primo luogo evitare il consumo di suolo. Ogni terreno che viene urbanizzato, infatti, comporta una riduzione della superficie utile all’ assorbimento della CO2 o alla produzione di cibo. Sul sito del ‘Forum italiano dei movimenti per la tutela del paesaggio e dei suoli fertili’, che tre giorni fa ha tenuto la sua prima assemblea nazionale a Cassinetta di Lugagnano, leggo che sono 130 gli ettari di terreno fertile quotidianamente cementificati in Italia. L’ equivalente di 180 campi da calcio.
L’ altro macro obiettivo da perseguire è la riduzione delle emissioni inquinanti. Si potrebbe agire, con pochi provvedimenti e in tempi rapidi, su tre fronti: aumento dell’ efficienza energetica degli edifici, miglioramento del trasporto pubblico, penalizzazione dell’ acquisto e dell’ uso di veicoli inquinanti.
Gli edifici. Nello scorso inverno Legambiente ha misurato la dispersione termica di cento case in quindici città italiane. È risultato che la classe di efficienza energetica più alta, la classe A, poteva essere attribuita solo a undici fabbricati, tutti nella città di Bolzano, che non a caso si è da tempo dotata di una normativa in materia.
Il trasporto pubblico. Nonostante i tagli del governo, un’ amministrazione regionale lungimirante dovrebbe tenere duro e investire adeguatamente per migliorare i servizi, su ferro come su gomma. Anche a costo di tassare in modo mirato il trasporto privato (p.e. con ticket d’ ingresso nelle città).
La penalizzazione dei mezzi inutilmente inquinanti. Se veramente abbiamo a cuore il futuro, dobbiamo far sì che vi sia un consenso sociale molto maggiore verso chi viaggia con una utilitaria a metano rispetto a chi si muove con un cassettone superpotente e superassetato. Anche perché la velocità massima consentita è 130 km all’ ora e per i bisogni di una famiglia basta (e spesso avanza) una station wagon da 1.600 cc. Il di più – che siano automobili, yacht o aerei privati – è inutile per la comunità e dannoso per l’ ambiente. E va perciò disincentivato, quanto meno con adeguate misure finanziarie. Egualitarismo velleitario? Utopie comuniste? Basterebbe in realtà solo un po’ di buon senso, per ribellarci all’ idea che l’ avvenire dei nostri figli venga scippato da un Flavio Briatore qualunque.
 Silvio Cazzante

7 commenti:

  1. Il suo articolo comincia così caro Cazzante:...
    Politici e amministratori amano parlare di sviluppo sostenibile... dovrebbe continuare così: salvo poi ricredersi quando prendono consapevolezza che oramai gli oneri di urbanizzazione sono la (quasi) unica via di sostentamento dell'ente che amministrano e allora parliamo di sviluppo ecosostenibile, ma per gli altri, per il nostro sarà per un'altra volta.
    GL

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  2. Intanto mi sembra che il problema sia italiano. Poi da certi punti di partenza "scientifici" ho sempre diffidato. Preferisco fidarmi dei miei occhi e del mio cervello. E questi mi dicono di una situazione forse ancora peggiore. Se visto in una prospettiva storica, dalle amministrazioni conservatrici me lo aspetto, da quelle progressiste no. Il problema è il populismo e il gap tra il dire e il fare che la sinistra ha cumulato. La Liguria è amministrata da tempo immemorabile da persone che dovrebbero avere questa bussola eppure frana e smotta e uccide le persone muoiono. Frana e smotta come la peggior Campania. Allora cosa dobbiamo fare? Come è possibile cambiare? Coraggio testardagine rompendo gli schemi e anche le scatole. Qualcuno direbbe, non siamo qui a prendere farfalle e metterle nei quadretti. Un mio amico ha detto: questa può essere la Bad Godesberg del PCI-PDS-DS-PD. Forza, senza frantumarsi, accettando che non tutto sia perfettamente come lo vorremmo, ma non si ferma il vento con le mani.
    PS. Mi dispiace solo che EmMa e il Presidente non si siano ancora resi conto che non è più possibile rimanere negli alvei.

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  3. Non vedo soluzioni facili all’orizzonte. Tutti sono buoni a darti ragione quando parli di tutela dell’ambiente, di sviluppo sostenibile, ma poi fanno la fila di ore davanti al nuovo negozio Trony di Roma per accaparrarsi un I Pad 2 o un I Phone 4 S a 399 euro (gettando nell’immondizia il cellulare comprato appena un anno prima). Credo che questo sia il frutto di un edonismo meno manifesto rispetto agli anni ’80, ma ancora molto presente nella nostra società. Tutti noi (me compreso) vogliamo viaggiare sempre al massimo, nessuno vuole “una vita da mediano” e la natura ne fa le spese. Quindi, se non possiamo essere noi cittadini ad autolimitarci, dovrebbero essere i governi. Ma così non è, in quanto mancando un governo mondiale (infatti tutti i protocolli firmati sono stati puntualmente disapplicati) nessuna nazione vuole per prima imboccare la strada dello sviluppo sostenibile per due ordini di ragioni: 1) perché molte persone sono impiegate in lavori che hanno il fine di produrre prodotti futili o comunque non essenziali alla nostra vita; 2) perché certi processi produttivi mantengono ancora una certa economicità proprio perché non tengono conto dell’ambiente. La competizione mondiale ormai è esasperata e l’ambiente è costo insopportabile. Visto che la disoccupazione ha raggiunto livelli critici in molti paesi è difficile che una nazione, in nome dell’ambiente, faccia delle scelte che possono essere di ostacolo alla già precaria competività delle proprie imprese.
    Marco Balestri

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  4. Credo che il comune sia la prima entità che possa aiutare i cittadini. In primo luogo attivando un vero processo di raccolta differenziata, cernti per il riuso, oltre che al blocco delle cementificazioni incentivando in recupero delle aree indistriali dismesse e degli edifici in rovina. Oltre a questo una politica di agevolazione, sia per il produttore che per il consumatore, di agricoltura a kilometri zero incentivando a produrre in loco i prodotti alimentari. Oltre a questo una cultura della stagionalizzazione, disincentivare il consumo di prodotti fuori stagione che percorrono milgliaia di kilometri per arrivare alle nostre tavole. Queste potrebbero essere alcune semplici azioni, ma abbastanza efficaci che facciano svoltare la cultura del consumo che influnza e grava sul consumo del nostro territorio.
    Marco Bonaccini

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  5. "Una politica miope piange lacrime di coccodrillo, le vittime delle alluvioni sono il prezzo della politica del condono".
    Franco Gabrielli (Capo della protezione civile) fonte: RADIO24

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  6. Francesco quella è una faccia della medaglia, l'altra è la disattenzione, la sottovalutazione, le priorità "altre" delle amministrazioni. La verità è rivoluzionaria.

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  7. .................... e la mamma degli stronzi sempre incinta!

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