L’impressionante attualità dell’articolo che proponiamo oggi, giorno della festa dei lavoratori, ci fa riflettere su quanto certe cose non siano cambiate molto negli ultimi trent’anni. Forse sono solo peggiorate.
Poverini, pagiamoli un po' di più
Da qualche tempo il dottor Alberto Grandi appariva amareggiato e depresso.
Se non fosse stato noto per la sua forza d’animo e per la sua non mai smentita
capacità di affrontare con virile fermezza le traversie della vita, arriveremmo
a dire che sfiorava l’infelicità. Quest’uomo, sempre pronto a infondere
coraggio ai dolenti e a esortare alla speranza gli scontenti, pareva lui stesso
colto da uno sconforto, la cui causa, del resto, non nascondeva a chi si
mostrava ansioso delle sue sorti. Alberto Grandi si sentiva pagato troppo,
poco: da non molto tempo nominato presidente dell’Eni, egli percepiva uno
stipendio di cento milioni all’anno, al quale vanno aggiunte le gratifiche che
soprattutto negli enti di Stato sono puntualmente rituali, e le note spese,
naturalmente incontrollate, e altre minuzie che non sapremo enumerare, delle
quali ci è nota l’erogazione per così dire consolidata. Tuttavia lo stipendio
era di 100 milioni, e come fa un uomo conscio del proprio valore, informato delle
paghe elargite ai lavoratori, consapevole dello smodato ammontare delle
pensioni minime e, soprattutto, inorridito da quello che si usa chiamare il “costo
del lavoro”, causa, come tutti sanno, dell’inflazione, dello scorbuto e, per
chi non l’ha già presa da fanciullo, della scarlattina e di altri mali
infettivi, e tormentato dalla deprecata esistenza della scala mobile, da cui
provengono, anche i cicloni e le più sfavorevoli depressioni atmosferiche?
Tale e così insostenibile era la situazione di Alberto Grandi, che il
ministro delle Partecipazioni statali, il craxiano, manco a dirlo, De Michelis,
il quale passa i giorni a dire che le aziende di Stato versano in condizioni
disastrose e contano da 60 a 80 mila elementi in più di quanti ne
occorrerebbero loro, ha improvvisamente aumentato lo stipendio di Grandi
portandolo da 100 milioni l’anno a 120 milioni e, per non sembrare ingiusto, ha
accresciuto da 100 a 120 milioni anche lo stipendio del presidente dell’Iti,
avvocato Sette, anche lui, poverino, bisognoso di soccorsi. Sono 12 milioni al
mese (più gli ammennicoli): c’è solo un operaio in Italia che non giudichi
questi stipendi più che meritati e che non sarebbe anzi felice di sacrificare
qualche liretta della sua paga, pur di vedere premiato il merito e compensato
il sacrificio dei suoi capi?
Ma non è finita. Incoraggiato da questo primo (modesto) passettino, il
dottor Grandi ha acquistato per l’Eni l’impero chimico brasiliano che fu già di
Ursini. Non sappiamo (e certo non lo sa neanche il ministro) se e quali utili
potrà e saprà trarne, ma sappiamo che l’on. De Michelis sta già pensando di
aumentare lo stipendio a Grandi, portandolo a 150 milioni annui. Naturalmente
verrà accresciuta fino alla stessa cifra anche la retribuzione annua dell’avvocato
Sette. È un metodo detto per “osmosi” e ha funzioni principalmente elettorali.
Fortebraccio, 20 agosto 1981, L’Unità.
MARIO MELLONI (1902-1989), in arte Fortebraccio, è stato il più noto giornalista satirico della Prima Repubblica. Deputato democristiano e direttore del "Popolo", dopo essere passato al PCI si afferma definitivamente grazie ai corsivi pubblicati sull'"Unità".
L'articolo "Poverino, paghaimoli un po' di più" è tratto dal libro "FORTEBRACCIO - Facce da schiaffi. Corsivi al vetriolo di un comunista indipendente" a cura di Filippo Maria Battaglia e Beppe Benvenuto.
L'articolo "Poverino, paghaimoli un po' di più" è tratto dal libro "FORTEBRACCIO - Facce da schiaffi. Corsivi al vetriolo di un comunista indipendente" a cura di Filippo Maria Battaglia e Beppe Benvenuto.
