
Dico: in bocca al lupo.
È passato oramai più di un anno da quando la sinistra radicale italiana ha ottenuto il suo peggiore risultato elettorale. Era il 14 aprile quando, a consultazione elettorale conclusa, si apprese che
Cosa è avvenuto d’allora fino ad oggi? Molti congressi e dibattiti si sono succeduti e sono tutt’ora aperti.
La questione che desta maggiore curiosità, sia all’interno delle singole comunità politiche, di nuovo frammentate sia ad uno osservatore esterno, è quella che si pone l’interrogativo dell’esistenza o meno di uno spazio vitale alla sinistra del Pd per un progetto politico unitario. Quella che si chiede se sia ancora plausibile la ricomposizione delle forze radicali in un soggetto unitario, capace di tenere banco nel dibattito politico nazionale e locale e nelle prossime sfide elettorali. Una questione che contempla allo stesso tempo l’utilità sociale di uno schieramento di sinistra, di un nuovo partito, nel panorama politico italiano.
Anche per il solo spirito di sopravvivenza la maggior parte delle volte si risponde positivamente ad entrambe le questioni. D’altronde come può una intera comunità, se pur martoriata, rinnegare se stessa? Ma spesso si adducono a questa soluzioni ingannevoli, motivazioni precise, sulle quali poter impostare le future costituenti di sinistra.
La più classica ripone tutte le speranze e glorie venture nell’esistenza di un elettorato che stia fuori dagli schemi destra sinistra, che non vota né Pd né Pdl, che si allinea con partiti sin dalle origini non strutturati, come
Unica strada percorribile verso la “riscossa sociale” parrebbe, a questo punto, quella che inizia a domandarsi che tipo di elettorato vota le liste non allineate, chi quest’ultime rappresentano qualitativamente.
A ben guardare la lista Di Pietro e simili sono prive di base sociale (ammesso che vi sia nel paese un partito che ancora ne abbia una) che le dota di un voto strutturale, di fatti è più probabile in questi casi che alla leggerezza stessa del soggetto politico corrisponda il voto di opinione, espressione di preferenze variabili, incostanti, mutevoli, di brevissimo periodo.
È necessario partire da qui, da questa premessa, dagli aspetti sociali di questo bacino elettorale che vota queste liste, ma non solo, più in generale, dal rapporto tra rappresentanti e rappresentati.
La natura di questo elettorato, ma direi di gran parte dell’elettorato italiano, vive in logiche sociali di breve periodo, elabora aspettative usa e getta. Take away. L’individuo della formazione economico sociale contemporanea non è più disposto ad aspettare, non ammette l’attesa di risultati futuri ottenuti tramite quel Beiruf di weberiana memoria, è preda di un egoismo immanentista che punta a difendere ed accrescere le provvigioni della propria corte. È chiaro che tale tipologia di soggetto non è disposto a credere in un avvenire di uguaglianza e libertà, in qualsiasi liberazione promessa, poiché sono tutte proposte di lungo periodo, troppo lontane. Al contrario preferirà quella cultura politica che parla alla pancia, agli istinti più immediati, che la spara più grossa. In una parola: populista.
Le forze populiste di cui Di Pietro e
Evidentemente tutto questo indica una crisi della politica. Un leso rapporto tra rappresentanti e rappresentati. Ma anche un’incapacità da parte della sinistra tutta di comprendere la composizione sociale e gli assetti materiali che ne determinano l’esistenza.
Se processo unitario deve essere, le sinistre dovrebbero ripartire da questo punto, dalle profonde modificazioni sociali e dai valori che da queste derivano, ipotesi soppiantata dalla politica delle facili soluzioni e degli ipocriti intendimenti.
Giacomo